Intervista Dany Colin : Europa e Africa: unite nella lotta conto il mondialismo ! (versione italiana e francese)

Colonialismo, neocolonialismo e schiavismo sono gli aspetti che più hanno caratterizzato le politiche di dominazione attuate dal cosiddetto Primo Mondo, dagli Stati Uniti d’America all’Europa, nei confronti del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo. E tali politiche sono all’origine della deportazione di massa di esseri umani dai Paesi del Sud del mondo ai Paesi del Nord del mondo, con tutte le conseguenze di violenza e sradicamento culturale e identitario che ciò comporta e ciò unicamente a vantaggio delle élites economiche e multinazionali che sfruttano da secoli e in varie forme la manodopera straniera a basso costo.
E ciò sia con lo sfruttamento delle risorse in loco, che attraverso lo sfruttamento dell’immigrazione di massa. Ad opporsi a tale sistema di sfruttamento le lotte di emancipazione del popolo Nero, attraverso il movimento denominato « panafricanismo », sviluppatosi nel corso del ‘900 in particolare negli Stati Uniti d’America grazie a personalità quali il sindacalista giamaicano Marcus Garvey (1887 – 1940) ed il saggista ghanese William Du Bois (1868 – 1963). Costoro furono i primi a lottare per l’emancipazione economica, sociale ed umana dei popoli afrodiscendenti negli USA ed in particolare Garvey organizzerà una compagnia marittima – la Black Star Line – al fine di favorire economicamente il ritorno in Africa di tali popoli, che non meritavano affatto di essere sradicati, ma di vivere pacificamente e in piena sovranità e indipendenza nella propria terra d’origine.
Di questo e non solo parla il saggio-brochure « L’Europe et l’Afrique: meme combat contre le mondialisme! » (« L’Europa e l’Africa: stessa lotta contro il mondialismo! »), edito dalla rivista Socialista Rivoluzionaria « Rébellion » (http://rebellion-sre.fr) attraverso le « Editions des livres noirs » e redatto da Dany Colin.
Dany è attivista panafricano di origine congolese, collaboratore delle riviste « Rébellion » (rivista dell’Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea), « Eléments » (fondata dal filosofo Alain De Benoist) e « Panafrikan » (rivista della Lega Panafricana Umoja), attivista dell’Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) e dottore di ricerca in filosofia presso l’Università Toulouse II – Jean Jaurès di Tolosa, oltre che cineasta e studioso di cinematografia.
La riflessione che Dany Colin vuole porre al pubblico è, in sostanza, che il razzismo e la xenofobia sono fomentate dalle élites economiche e politiche al fine di dividere le persone ed indebolirle. Un po’ come avviene nelle guerre fra poveri. Bianchi e Neri devono invece unirsi ed allearsi, rispettendo, valorizzando e non abbandonando la propria cultura e spiritualità d’origine e lottare sia contro il fondamentalismo religioso che contro il totalitarismo mondialista, capitalista e liberale.
Dany individua nell’alleanza fra le forze e le persone europee ed africane anti-mondialiste, panafricane, nazionaliste, socialiste rivoluzionarie, populiste, neo-eurasiatiste, protezioniste sotto il profilo economico-culturale, quale l’unica a potersi opporre pragmaticamente ai tentacoli del mondialismo capitalista, che vorrebbe seguitare ad imporre un modello unico economico-sociale neololoniale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
L’obiettivo finale – secondo Dany Colin – dovrebbe essere, in sostanza, una Grande Europa federata, sovrana, indipendente e unita ad una Grande Russia multipolare teorizzata dal filosofo russo eurasiatista Aleksandr Dugin e una Grande Africa indipendente, sovrana, federata e in dialogo costante, pacifico ed amichevole con l’Eurasia.
Per poter approfondire meglio le sue proposte e far conoscere ai lettori l’attivismo panafricano, ho avuto la possibilità di intervistare l’amico e compagno di militanza Socialista Rivoluzionaria Dany Colin, segnalando che il suo saggio-brochure è acquistabile, in francese, al seguente link ad un prezzo davvero simbolico: link: http://rebellion-sre.fr/boutique/europe-afrique-meme-combat-contre-mondialisme-de-dany-colin/
Luca Bagatin: Tu sei di origine congolese. Se non erro sei nato in Francia da padre francese e madre congolese. Nella tua brochure racconti di avere avuto difficoltà ad essere accettato, da piccolo, a causa del colore della tua pelle. Hai subito dunque in prima persona il fenomeno razzista. Puoi parlarcene ?
Dany Colin: Sono nato a Kamina, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Mio padre era un paracadutista francese (di Lorena), negli ultimi anni della sua carriera, nel terzo RPIMA (Reggimento Paracadutisti di Fenteria e Marina) di Carcassonne (città del sud-ovest della Francia), il quale è stato chiamato ad intervenire in quello che a quel tempo era chiamato Zaire, sotto la richiesta del suo Presidente Mobutu Sese Seko. Io sono il frutto della sua unione con una donna congolese la cui famiglia è originaria della regione mineraria del Katanga, regione secessionista ai tempi dell’indipendenza del Congo nel 1960. Sono arrivato in Francia all’inizio – all’età di circa un anno – con mio padre, ma mia madre rimase in Africa per complesse ragioni famigliari e politiche.. Così sono cresciuto in una famiglia bianca borghese, mentre io ero l’unico « meticcio ». Ho subito violenza fisica e morale da un gruppo di ragazzini, la violenza è spesso – e paradossalmente – più forte quando nell’ambiente famigliare c’è un genitore nero. Tuttavia, come ho precisato in una conferenza che ho tenuto quasi un anno fa a Tolosa, anche se la mia classe sociale di appartenenza è stata quella borghese (anche se io mi considero come appartenente alla classe media di una famiglia mantenuta quasi escusicamente dallo stipendio di un uomo, vale a dire mio padre), sin da ragazzino ho compreso quanto i conflitti fra le classi sociali fossero interconnessi con i conflitti fra le razze.
Luca Bagatin: Come e quando hai deciso di diventare un attivista panafricano ?
Dany Colin: Diciamo che posso raccontare ciò in due fasi.
La prima è il mio primo ritorno nella Repubblica Democratica del Congo nel 2011, che si è concluso con una serie di domande relative all’identità nera, la quale è emersa attraverso la mia pelle e la cui esatta provenienza mi è stata a lungo tenuta segreta per vari motivi famigliari che richiederebbero un ampio discorso che non è il caso di fare qui. Fu così che conobbi mia madre ed in parte il resto della mia famiglia congolese, rendendomi conto che i neri ed i meticci d’Europa conoscono poco l’Africa e spesso ne hanno un’immagine di fantasia. Questo mio viaggio in Africa mi ha permesso di osservare che il conflitto Bianchi contro Neri, sostenuto dal razzismo istituzionale francese, vuole semplicemente annullare in realtà conflitti di classe ben più gravi. Quelli ad esempio costituiti dal sottoproletariato congolese contro l’oligarchia congolese ricca. Un’altra rivalità è di natura etnica e riguarda i balubas di Kasai – una provincia situata tra la parte di Kinshasa e la parte di Lubumbashi – la cui lingua è il Tshiluba, la quale fa parte di una certa élite politico-economica, e dall’altra parte i i balubas del Katanga, i quali parlano il Kiluba.
Un altro aspetto che mi ha fatto amare il panafricanismo fu l’intensa storia d’amore che ebbi con una attivista panafricana franco-guineiana ispirata a grandi figure della Rivoluzione Cubana come Che Guevara. Lei mi ha ridato la speranza verso un’Africa e un Congo la cui storia non è stata molto favorevole. Penso ad esempio alla sconfitta subita dal « Che » durante la guerra del Congo del 1965 tentando di far cadere l’assassino di Patrice Lumumba, ovvero Moïse Tshombé.
Questa cara ragazza mi ha permesso di vivere per più di un anno e mezzo a Conakry. Ho così potuto approfondire la vita dei suoi abitanti e scoprire un’altra realtà africana, con i suoi altri conflitti etno-tribali (Soussous, Fulani, Malinke) e socio-culturali. Ma questa volta ho potuto farlo dopo aver approfondito meglio la realtà dell’Africa e con uno sguardo maggiormente politicizzato e radicalizzato. E soprattutto ero tornato nel continente africano in qualità di militante, di formatore della gioventù patriottica di Guinea, dotata di una forte fibra panafricanista assai difficile da trovare fra i nostri attivisti europei della diaspora, troppo spesso impegnati a consumare e a fare festa.
Luca Bagatin: Il panafricanismo è fenomeno poco conosciuto, almeno in Italia. Puoi parlarci della tua militanza panafricanista ? Che ne pensi dell’attivista panafricano Kemi Séba e delle sue battaglie?
Dany Colin: Il mio attivismo panafricanista differisce su alcuni aspetti di una visione più « panégriste », che è piuttosto una concezione afro-discendente d’origine americana del tipo dell’UNIA di Marcus Mosiah Garvey e della Nation of Islam della onorevole Elijah Muhammad, che è stata portata avanti negli Anni ’60 da Malcolm X ed è attualmente rappresentata dal Ministro Louis Farrakhan.
Dal mio punto di vista il panafricanismo deve essere fatto in Africa, sul campo, e necessita di ri-emigrazione di attivisti militanti africani panafricani e altri che non si sentono rappresentati in Europa. Ciò al fine di aiutare gli attivisti indigeni africani ad ottenere la famosa sovranità africana tanto decantata su Facebook, ma mai attuata ! La priorità deve essere data all’istruzione, sin dalla tenera età, alle grandi figure del panafricanismo e dei concetti politici che l’hanno accompagnato (tra cui il socialismo di Ahmed Sékou Touré in Guinea, di Kwamé Nkrumah in Ghana e di Amilcar Cabral in Guinea-Bissau negli anni ’60), oltre che sulla riattualizzazione del pensiero e della dottrina panafricana in chiave moderna. Il socialismo nazionalista di alcuni attivisti si mescola al federalismo con accenti liberal-capitalisti, mentre in altri casi si mescola al tradizionalismo Kamite (chiamato « Afro-centrismo ») di un altro gruppo. Tali divisioni non aiutano. Occorre unificare una dottrina veramente africana e superare le nostre difficoltà di azione rivoluzionaria.


Per quanto riguarda il lavoro di Kemi Séba, conosco il suo attivismo da quando ha iniziato a militare in Francia. Ho seguito il suo percorso sia mediatico che ideologico. Egli ha attraversato l’afro-centrismo creando il Ka Tribe (sciolto nel 2006 da Nicolas Sarkozy, allora Ministro degli Interni in Francia) per poi sposare più precetti della Nation of Islam in rappresentanza della sezione Francese del New Black Panther Party (fondato negli Stati Uniti nel 1989 dal Dr. Khalid Abdul Muhammad). Il suo coraggio, la sua insolenza in risposta alla prepotenza di qualche intellighenzia dominante, i suoi pregiudizi sionisti come attivista africano in Francia e le sue alleanze passate con il movimento « Egalité & Réconciliation » (qualificato ingiustamente dai media mainstream in Francia come di estrema destra) erano senza precedenti e stimolanti dal punto di vista delle dinamiche ideologico-politiche e della critica radicale che ora deve essere nostra.

Luca Bagatin: In Europa molti si lamentano dell’immigrazione che, come dice Alain De Benoist, « E’ un fenomeno capitalista e padronale ». In pochi però comprendono che il fenomeno migratorio è ed è stato incoraggiato proprio dall’Europa e dagli Stati Uniti d’America colonialisti e neocolonialisti e che proprio le lotte panafricane hanno lo scopo di emancipare i popoli africani nella propria terra d’origine. Cosa puoi dirci in merito ?
Dany Colin: L’immigrazione non europea in Europa, tra cui quella degli Anni ’70, non è altro che un effetto in continuità con il colonialismo. Ovvero l’indipendenza africana concessa negli Anni ’60, così come le rivoluzioni del ’68 in Francia e Italia, sono state unicamente nuove ricomposizioni del capitalismo al fine di estendere la sua logica di dominio, come spiegato ad esempio da Pier Paolo Pasolini in quella che egli definisce « società dei consumi ». Pasolini ha descritto il fenomeno italiano come « neofascismo ». Direi che siamo in grado di identificare lo stesso fenomeno in Francia, ma piuttosto possiamo percepirlo come neocolonialismo, ove, ad essere colonizzate, sono le popolazioni di immigrati di origine africana che lavorano in Francia a basso costo, privando così il Paese d’origine della forza produttiva, ma anche i francesi « nativi », puniti per le loro aspirazioni rivoluzionarie. Così abbiamo due frange di proletari e sottoproletari della popolazione francese assoggettati dalla classe dirigente neoliberale, la quale trae profitto dalle due chimere del secolo, ovvero dal razzismo e dall’antirazzismo. Qualsiasi manovra che può reprimere il nostro spirito rivoluzionario, tutto ciò che può nascondere la lotta di classe quale strumento di analisi critica sembra essere, nel nostro mondo ricco fatto di finzione e menzogna, altamente consigliato!
Per quanto riguarda l’emergere di panafricanismo come argine allo sfruttamento dei Neri da parte dell’Occidente, è chiaro che un militante panafricano non può che essere anti-mondialista e dialogare ed allearsi con i nazionalisti europei che criticano l’immigrazione di massa, che è un fenomeno di sradicamento.
Luca Bagatin: Fra i maggiori leaders e politici panafricani che la Storia ha conosciuto ne cito alcuni: Patrice Lumumba (1925 – 1961) Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo; Kwamé Nkrumah (1909 – 1972), primo Presidente del Ghana indipendente; Thomas Sankara (1949 – 1987), Presidente del Burkina Faso; Mu’Ammar Gheddafi (1942 – 2011) Leader della Jamahirya Socialista di Libia. Tutti sostenitori di un’Africa indipendente e sovrana e tutti leaders sostenitori del socialismo africano, laico e democratico e per tutte queste ragioni contrastati e fatti uccidere dall’imperialismo statunitense.
Oggi che cosa rimane della loro opera e del loro messaggio ? Pensi che sia dal loro insegnamento che possa nascere un’Africa finalmente libera ed emancipata ? Oggi, secondo te, è possibile ciò ?
Dany Colin: Se proviamo a pensare dal punto di vista del nemico, diremmo che la colpa di tutti questi grandi personaggi storici che hanno combattuto le lotte di emancipazione dei popoli africani e le cui effigi sono ormai note alla gioventù africana e afrodiscendente attraverso il merchandising e su Facebook (ossia a metà fra il feticismo delle merci e lo spettacolo completo), era quella di avere legami con l’URSS, quindi con un’egemonia comunista che stava crescendo fra i Paesi del Terzo Mondo. La loro visione, tuttavia, era piuttosto di matrice socialista e nazionalista (Patrice Lumumba e Thomas Sankara, per esempio). Kwamé Nkrumah e Mu’Ammar Gheddafi erano più specificamente panafricani, e ciascuno in un modo diverso. Nkrumah si formò negli Stati Uniti ed ereditò uno Stato federalista che si mescolò ad un impegno unificante per l’Africa attraverso il socialismo, volendo abolire i confini africani creati dai coloni europei nella Conferenza Berlino (1884-1885), creando dunque una moneta africana, un esercito africano, un governo africano.
Mu’Ammar Gheddafi è stato l’unico che è riuscito a risolvere le controversie etno-tribali e promuovere il nazionalismo ed il socialismo (Gheddafi non era particolarmente filo-sovietico) attraverso la Jamahiriya libica ed il metodo di democrazia diretta che espone nel suo indispensabile Libro Verde. Inoltre ha lavorato ad un progetto di sovranità monetaria (il dinaro-oro), che ha minacciato di soppiantare il dollaro USA, prima di essere ignominiosamente defenestrato dall’Occidente. Naturalmente tutte queste figure ci lasciano un insegnamento, un patrimonio, ognuno a modo suo e secondo i loro paradigmi e l’epoca nella quale sono vissuti. Detto questo, il panafricano di oggi deve essere in grado di distinguere i benefici e gli errori di quei grandi leader che, nonostante tutte le forze « soprannaturali » che potrebbero averli guidati, rimangono esseri umani. Si tratta di un lavoro psichico necessario per l’attivista, al fine di uscire dalla sua eccessiva propensione all’idolatria passiva che alcuni pseudo-panafricanisti malintenzionati sanno molto bene manipolare a loro profitto.
Luca Bagatin: Nella tua brochure teorizzi un’alleanza fra socialisti rivoluzionari, panafricani e neo-eurasiatisti d’Europa ed Africa. Puoi spiegarci meglio la tua prospettiva ?
Dany Colin: Innanzitutto diciamo che c’è il tentativo strategico del nemico neoliberale di allineare la totalità del pianeta sotto l’egida del materialismo. E tale allineamento si struttura attraverso l’inversione totale dei valori tradizionali che appartengono ai nostri popoli ed alle nostre diverse civiltà. Tale allineamento è paragonabile a ciò che il militante comunista Antonio Gramsci definiva « egemonia culturale ». Ovvero noi abbiamo attualmente a che fare con un centralismo neofascista bancario che ingloba il mondo e lo uniforma in modo da ridurci a degli atomi senza radici e senza altro scopo che quello di consumare all’infinito.
Il nazionalismo, a breve termine, è l’unico in grado di arrestare tale fenomeno totalitario. Un nazionalismo che deve, per quanto riguarda la Francia, attualizzarsi ed allinearsi alle sue differenti dottrine politiche (l’Azione Francese realista, il Solidarismo neo-giacobino…), in particolare in questa fase di globalizzazione, che non dovrebbe durare a lungo.
L’Europa e l’Africa, a partire dalle loro relazioni storiche, dovrebbero negoziare la loro autodeterminazione politica, economica e commerciale e ciò non sarà possibile sino a che l’Europa non si libererà delle sue scorie ultraliberiste e sino a che l’Africa non si strutturerà secondo i paradigmi che le sono propri, recupererà le sue origini e radici mistiche e spirituali e sfrutterà la sua posizione geopolitica di non allineamento fra il Medioriente e l’America Latina.
Tale trasformazione continentale africana potrebbe allinearsi ad un mondo multipolare nella sfera eurasiatica dominata da un Oriente di rinascita spirituale (il Sole si leva sempre ad Est) e così l’Europa, che dovrà staccarsi dall’Atlantismo liberal-capitalista.
Lo scopo finale dovrebbe essere quello di ridefinire nuove alleanze strategiche a lungo termine nel rispetto delle diversità di ciascun popolo.
Luca Bagatin: Sei un cineasta ed uno studioso di cinematografia. Oltre ad aver realizzato dei cortometraggi, nella tua bruchure parli del cinema africano « sovversivo ». Potresti parlarcene ?
Dany Colin: Sono in effetti essenzialmente un cinefilo e la mia prima vocazione è il cinema e particolarmente la realizzazione e la scrittura di soggetti cinematografici.
Ho avuto finora un percorso che mi ha portato a fare un dottorato di ricerca il cui oggetto filosofico è « l’oggetto film ». Il « cinema sovversivo » che rilevo attraverso alcuni autori africani (il senegalese Djibril Diop e Sembène Ousmane Mambéty) si riferisce alla stretta relazione tra cinema e ideologia da un lato, ma anche i collegamenti tra cinema e spiritualità. Penso che l’arte cinematografica che appare nella creazione della cinematografia dei fratelli Lumière, alla fine del XIX secolo, sia fondamentalmente un’invenzione tecno-scientifica. La presente invenzione concorre con la fotografia già discussa tra gli artisti nel modo di oggettivare il mondo che ci circonda rimuovendo per esempio il potere soggettivista del pittore. Inoltre, il suo recupero da parte della classe media attraverso la proliferazione di ritratti (a spese dei paesaggi) simboleggiava l’estensione narcisistica di riproduzione, tra gli altri castigata dal poeta e critico francese Charles Baudelaire. Il film aggiunge alla fotografia movimento, che ha l’effetto di affascinare. Il cinema è un’arte, ma anche un settore, l’apparato capitalistico ha recuperato rapidamente questa arte in un’arte messa al servizio della propaganda politica, il che spiega in parte la profusione di opere in lode del comunismo pre-stalinista con i film di Sergueï Einsenstein russa (Strike (1925)) o Dziga Vertov (l’uomo con una macchina fotografica (1929)), o il film nazionalsocialista tedesco di Leni Riefensthal durante il periodo di Hitler. Situazione schizofrenica del cinema in quanto è espressione di rimpianto per le nostri armonie cosmiche (che rappresenta il cinema Andreï Tarkovsky), ma anche strumento al servizio delle masse consumistiche (rappresentate dal cinema commerciale americano).
Penso che il cinema abbia ancora la capacità di superare questa schizofrenia e di prevalere sul dominio neo-capitalista proiettando nuove immagini sonore che raccolgano al loro interno frammenti di verità sepolte, che lo spettatore deve decifrare con le sue facoltà contemplative. La gestione del cinema da parte del Grande Capitale è compresa dallo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini, che, alla fine degli Anni ’60, è stato in grado di identificare l’allineamento dell’Italia e del mondo intero al consumismo. E lo ha fatto realizzando film quali « Teorema » (1968) e « Porcile » (1969).
Il cinema sovversivo oggi, sia africano che non africano, è qualcosa che può ritrovarsi solo all’interno di un sistema audiovisivo anticonformista e opposto rispetto al conformismo globalista dominante. Da lì a liberarsi completamente dal globalismo è oggetto di lavori in corso…
Luca Bagatin
 
 
Entretien de Luca Bagatin avec Dany Colin sur le panafricanisme ( Version française) 
L’esclavage, le colonialisme et le néocolonialisme sont les formes de domination les plus fréquemment utilisées par les politiques du soi-disant Premier Monde (l’Europe et sa création états-unienne). Elles ont abouti à la déportation massive d’êtres humains en provenance des pays du Sud à destination des pays du Nord de la planète, avec toutes les conséquences de la violence du déracinement culturel et identitaire qu’une telle entreprise implique. Et tout ceci au bénéfice des oligarchies et des multinationales qui, depuis un certain temps, promeuvent toute forme de travail délocalisé bon marché en intensifiant l’exploitation des ressources des terrains colonisés tout en provoquant l’immigration massive.
Ce système de domination a donné lieu à la création par le peuple Noir de luttes d’émancipations inédites telles que le « panafricanisme » mis au point dans les États-Unis du XIXème siècle via des personnalités telles que le jamaïcain Marcus Garvey (1887-1940) ou l’essayiste américain William Du Bois (1868 – 1963). Ils sont considérés dans certains milieux panafricanistes comme les précurseurs du combat socioéconomique et humain en faveur des populations afro-américaines. Marcus Garvey, lui, crée une compagnie maritime – la Black Star Line – afin de favoriser économiquement le retour en Afrique de ces peuples en voie de ré-enracinement, souhaitant vivre en paix dans la souveraineté et l’indépendance qui leur font tant défaut aux Etats-Unis.
C’est à partir entre autres de cet historique que se développe la brochure/pré-essai «L’Europe et l’Afrique: même combat contre le mondialisme», édité par la nouvelle création du magazine socialiste-révolutionnaire « Rébellion » que sont les « Editions des Livres Noirs », et dont l’auteur est Dany Colin.
Dany Colin est un jeune chercheur français d’origine congolaise, doctorant en philosophie à l’Université Toulouse II-Jean Jaurès (Toulouse), rédacteur régulier au sein de la revue « Rébellion » de l’OSRE (Organisation Socialiste Révolutionnaire Européenne), plus occasionnellement dans la revue Panafrikan (magazine de la Ligue Panafricaine Umoja), et prochainement au sein de la revue «Eléments» (fondée par le philosophe Alain De Benoist). Il est par ailleurs cinéaste de court-métrages consultables en accès libre sur internet (All Day Night (2010); Ciel rouge pour encre noire (2012); Le lien (2012); Au seuil (2014)) et critique de cinéma (rédacteur sur le site de cinéma en ligne Sédition durant environ un an en 2013).
Une des réflexions que Dany Colin partage avec ses lecteurs est que les phénomènes racistes et xénophobes actuels sont essentiellement fomentés par une élite politico-économique afin de contribuer aux divisions sociales en aboutissant ainsi à une guerre entre (sous-)prolétaires. Blancs et Noirs issus de cette classe sociale ont plutôt tout intérêt à s’allier, dans le respect des valeurs de chacun, dans le combat contre à la fois les extrémismes religieux et le totalitarisme globaliste, capitaliste et libéral.
Dany Colin voit dans l’alliance entre les forces politiques européennes et africaines anti-mondialistes (qu’elles soient panafricanistes, nationalistes, socialistes-révolutionnaires, populistes, néo-eurasistes, protectionnistes au sens économico-culturel) une solution d’opposition aux tentacules du capitalisme qui, dans sa pragmatique, impose un modèle socioéconomique unique et néocolonial. Le but ultime – selon l’auteur – semblerait être d’une part la création d’une grande Europe fédérée, souveraine et unie à la Grande Russie multipolaire (ce qui renvoie à la théorie du philosophe néo-eurasiste russe Alexandre Douguine) et d’autre part une Afrique fédéraliste, réellement indépendante, gagnant sa souveraineté dans un dialogue ferme et pacifié avec cette Eurasie.
Afin d’en savoir plus sur ces propositions et de faire connaître aux lecteurs le panafricanisme, j’ai eu la chance d’interviewer cet ami et compagnon du militantisme socialiste-révolutionnaire, en précisant au passage que sa brochure est en vente (en français) à l’adresse suivante (au prix de 5 euros) : http://rebellion-sre.fr/boutique/europe-afrique-meme-combat-contre-mondialisme-de-dany-colin/
Luca Bagatin: Vous êtes d’origine congolaise. Si je ne me trompe pas, vous êtes né en France d’un père français et d’une mère congolaise. Dans votre brochure, vous avez eu du mal à être accepté, petit, en raison de la couleur de votre peau. Vous avez donc vécu assez tôt le racisme. Pouvez-vous développer ?
Dany Colin: Je suis né à Kamina, en République Démocratique du Congo (ex-Zaïre). Mon père était un parachutiste français (et lorrain) affecté dans les dernières années de sa carrière au 3ème RPIMA (Régiment Parachutiste d’Infanterie et de Marine) de Carcassonne (ville du sud-ouest de la France) qui fût appelé en intervention dans ce qui s’appelait à l’époque le Zaïre sous la demande de son président Mobutu Sese Seko. Je suis le fruit de son union temporaire avec une femme congolaise dont la famille se trouve dans la région minière du Katanga, région en quasi-sécession à l’époque de l’indépendance du Congo en 1960. Je suis arrivé en France très tôt (à l’âge d’environ un an) avec mon père mais ma mère est restée vivre en Afrique pour des raisons familiales et politiques complexes que je développerai certainement plus tard. Je me suis donc retrouvé au milieu d’une famille blanche de classe moyenne dont j’étais le seul métis (donc noir du point de vue européen).
J’ai essuyé la violence physique et symbolique de la part d’un certain groupe d’enfants, violence qui était souvent (et paradoxalement) plus forte lorsqu’il y avait dans leur entourage familial (recomposition de couple de la mère voire gênes du père) un parent noir. Cependant, comme je le précise dans le déroulé de la conférence que j’ai tenu il y a presque un an à Toulouse, ma prétendue bourgeoisie (alors que je me considérais comme appartenant à la classe moyenne d’une famille qui tenait quasiment sur le salaire d’un seul homme, à savoir mon père) à laquelle j’aurais appartenu et qui m’était souligné par des reproches, des sentiments de honte lors du partage des goûters des pauses récrés entre camarades de classe, me renvoyait également à un conflit de classes que j’ai également saisi très jeune et qui se mêlait automatiquement, pour mon cas de figure, à un conflit de races. 

Luca Bagatin: Comment et quand avez-vous décidé de devenir un militant panafricain ?
Dany Colin: Disons que je peux décomposer cela en deux étapes:
La première étant mon premier retour en République Démocratique du Congo en 2011 qui mettait fin à tout un ensemble d’interrogations autour d’une identité noire qui ressortait à travers mon épiderme et dont l’origine exacte m’a été longtemps tenu secrète pour diverses raisons familiales qui demanderaient un autre écrit. Cet épisode marquant de la découverte de ma mère et (d’une partie) du reste de ma famille congolaise a mis fin à une image fantasmatique que les noirs et métis d’Europe qui ne connaissent pas l’Afrique ont très souvent. A ce titre, je préconise voire impose à celles et ceux qui seraient dans cette interrogation et notamment dans le cadre du militantisme panafricaniste de faire cette découverte dans la mesure où un panafricaniste qui ne va pas ou ne veut pas aller en Afrique est tout simplement un non-sens. Cela m’a permis de voir entre autres que la relation que j’entretiens avec ma famille noire est en rapport direct avec un fantasme et des représentations que tu dégages, à savoir l’Enfant Mzungu («Le Blanc, l’Européen» en Swahili) qui revient au pays plein de cet argent qu’il doit distribuer pour le bien-être de sa famille et d’autres prétendus membres de la famille (des oncles ou des tanties sorties de nulle part) ! Cela m’a permis de voir également que la vision du conflit Noir/Blanc prônée par l’antiracisme institutionnel français s’annulent une fois sur place par de sérieux conflits de classes (des congolais sous-prolétaires débrouillards et des congolais enfants d’oligarques très riches que je côtoyais de manière quasi simultanée) et des rivalités ethniques avec d’un côté les balubas du Kasai (province situé entre la partie «Kinshasa» et la partie «Lubumbashi») dont la langue est le tshiluba et faisant partie, d’après les dires du coin, d’une certaine élite politico-économique, puis de l’autre côté les balubas du Katanga qui parlent le kiluba.
La deuxième est une intense histoire d’amour et d’engagement avec une militante panafricaniste franco-guinéenne portée par les grandes figures de la Révolution cubaine (Che Guevara en tête) qui m’a redonné espoir en la difficile et inaccessible Afrique dont l’expérience congolaise m’avait plutôt refroidie (je comprends à ce titre la dépression qu’a subi le Che après s’être rendu en 1965 au Congo pour faire tomber Moïse Tshombé, le commanditaire de l’assassinat ignoble de Patrice Lumumba). Cette chère personne m’a proposé de vivre depuis plus d’un an et demi à Conakry et ses alentours villageois pour y découvrir une autre réalité africaine, avec ses autres conflits ethno-tribaux (soussous, peuhls, malinkés), socioculturels (l’Afrique est un espace tout aussi mondialisée que la France avec ses chinois, libanais, indiens, américains etc.), mais cette fois-ci avec un regard imprégné de quelques années de recherche et de politisation progressive et radicale, c’est-à-dire celle qui modifie complètement ta vision du monde et la composition de tes fréquentations amicales et amoureuses. Et surtout, je suis retourné sur le continent africain en qualité de militant, de formateur de la jeunesse patriote guinéenne à fibre panafricaniste tout autant que formé par cette même jeunesse pleine d’enseignements et de subtilités que l’on peine à trouver chez nos militants de la diaspora souvent trop occupés à consommer et à faire la fête !

Luca Bagatin: Le panafricanisme est un phénomène peu connu, au moins en Italie. Pouvez-vous nous parler de votre militantisme panafricain? Que pensez-vous de l’activiste panafricain Kémi Séba et de ses combats ?
Dany Colin: Mon militantisme panafricaniste (et non panafricain, c’est une distinction que je fais volontairement) se différencie sur certains aspects d’une vision plus «panégriste» qui elle est plutôt une conception afro-diasporique d’origine américaine du type de l’UNIA de Marcus Mosiah Garvey, de la Nation Of Islam de l’Honorable Elijah Muhammad qui a été portée dans les années soixante par un Malcolm X et qui est actuellement représentée par le Ministre Louis Farrakhan. De mon point de vue, le panafricanisme doit se faire en Afrique, sur le terrain, et a besoin de la remigration de la part des militants panafricanistes et autres afro-militants qui ne se sentent pas représentés en Europe pour aider les militants africains autochtones à cette fameuse souveraineté africaine qu’ils appellent sans cesse de leurs vœux sur Facebook mais sans rien en faire ! Une priorité doit être mise sur l’éducation dès le plus jeune âge aux grandes figures aînées du panafricanisme, aux concepts politiques qui les ont accompagné (notamment le socialisme d’un Ahmed Sékou Touré en Guinée, d’un Kwamé Nkrumah au Ghana ou encore d’un Amilcar Cabral en Guinée-Bissau dans les années soixante) mais aussi sur la réactualisation doctrinale d’un panafricanisme qui est à l’heure actuelle pas encore tout à fait clair. Le socialisme nationaliste de certains militants se mêle au fédéralisme aux accents libéraux-capitalistes chez d’autres qui se mêle lui-même au traditionnalisme kamite (ce qu’on appelle «l’afro-centrisme») d’un autre groupe. Et ces problèmes d’unification d’une doctrine proprement africaine, en plus des divergences de réalités de lutte entre afro-descendants vivant en Occident et africains du terrain ajoutées à nos incapacités à l’action révolutionnaire à cause de notre Société du Spectacle (pour citer Guy Debord) rend la tâche difficile, certes, mais nous nous devons de l’exécuter plus que jamais…
Concernant le travail de Kémi Séba, je dirais dans un premier temps que je connais son activisme depuis qu’il a commencé à militer en France. J’ai suivi son parcours mouvementé autant médiatiquement qu’au niveau idéologique. Il est passé par l’afro-centrisme en créant la Tribu Ka (dissoute en 2006 par Nicolas Sarkozy, à l’époque Ministre de l’Intérieur en France), pour ensuite épouser davantage les préceptes de la Nation Of Islam en représentant la branche francophone du New Black Panther Party (fondé aux Etats-Unis en 1989 par le Docteur Khalid Abdul Muhammad, ex-porte-parole de la NOI, suite à ses distances prises avec le mouvement causées par une approche carrément plus street qu’un Kémi Séba d’ailleurs semble préférer à l’approche plus sage d’un Farrakhan), pour enfin s’installer à Dakar (dans une période quasi simultanée à mon retour en RDC) et s’inscrire dans la mouvance panafricaniste. Son courage, son insolence en réponse à l’arrogance d’une certaine intelligenstia dominante, ses partis-pris antisionistes en qualité de militant afro en France et ses alliances passées avec les courants qualifiés d’extrême-droite par les médias mainstream en France (Egalité & Réconciliation notamment) étaient inédits et stimulants du point de vue de la dynamique idéologico-politique et de la critique radicale qui doit être actuellement la nôtre. De plus, la considération assumée que fait Kémi Séba du phénomène mondialiste et son choix de le qualifier ainsi sans en passer par les quatre chemins universitaires pour faire plaisir à la Police d’Etat, rejoint en grande partie mes théories sur la spécificité du «mondialisme» par rapport au «néocolonialisme» ou encore «l’impérialisme», ces deux derniers termes pouvant être encore opérants sur certains aspects mais qu’une récupération trotskiste faussement radicale et complètement au service du Grand Capital rendent complètement obsolètes.

Cependant, je vais émettre des nuances sur la posture de Kémi Séba dans son combat actuel, c’est-à-dire sur le terrain africain, où d’une part, il ne prend pas suffisamment en compte dans son discours les spécificités ethniques et ses rivalités qui ralentissent autant voire même plus l’unité africaine qu’une monnaie appelée Franc CFA (Franc des Colonies Françaises d’Afrique) qui, certes ne devrait plus exister dans ses principes symboliques et économiques (réf. Article Rébellion), mais qui est à mon sens l’arbre français qui cache la forêt mondialiste. Les structures africaines d’aujourd’hui restent, malgré tout l’apparat importé d’un messianisme marxiste patriotique ou discrètement néo-libéral, profondément ancrées dans le modèle de la famille élargie. C’est un fait que l’activiste afro-américain des Black Panthers Stokely Carmichael, exilé en Guinée sous Sékou Touré car traqué par le FBI, avait très bien saisi dans ses dernières années de lutte en précisant dans une de ses interventions que le panafricanisme est l’étape ultime qui nécessite un long cheminement parmi l’ordre de passage qui suit: le clan, la tribu, la famille, la nation, le socialisme. De ce point de vue, appliquer directement le panafricanisme sans prendre en compte ces paramètres implique des sauts de médiations qui demandent une habileté surhumaine. L’autre point de divergence que j’aurais avec Kémi Séba serait sur la stratégie qu’il adopte actuellement avec son conseiller politique Hery Djehuty qui est celle de prôner la prédication comme instrument de création de masses critiques africaines. J’ai l’impression qu’ils ont tous deux saisi un mode de fonctionnement de l’africain nécessiteux qui s’engage corporellement (voire hystériquement) dans les révoltes populaires en défiant souvent (et courageusement) les tirs de balles réelles mais qui souffre régulièrement (hélas!) de suivisme. Ceci étant capté, il ne faudrait pas qu’ils commettent l’erreur fatale de maintenir l’éveil africain qu’ils alimentent à juste titre dans un état somnambulique, c’est-à-dire de réduire leur masse critique à une psychologie de foule passive devant les prédications d’un éclairé en répétant bêtement les maximes du prédicateur et ne s’en tenir qu’à cela sans que ces perroquets potentiels ne puissent produire au final un projet d’émancipation concret…

Luca Bagatin: En Europe, nous nous plaignons beaucoup de l’immigration. Comme le dit Alain De Benoist: « C’est un phénomène capitaliste et patronal ». Mais peu se rendent compte que ce phénomène est et a été encouragé par le néocolonialisme américano-européen et que les luttes panafricanistes qui en découlent sont destinées à l’émancipation des populations africaines au sein de leur pays d’origine. Que pouvez-vous nous dire à ce sujet ?
Dany Colin: L’immigration extra-européenne en Europe, notamment celle des années soixante-dix, est un effet de continuité d’un colonialisme délocalisé, c’est-à-dire que les indépendances africaines des années soixante, tout comme les révolutions de 68 qui ont secoué la France et l’Italie, n’ont été que de nouvelles recompositions du capitalisme qui, pour étendre sa logique de domination, s’appuie sur ce que Pier Paolo Pasolini appelait «la Société de Consommation». Pasolini qualifiait le phénomène italien de «néofascisme». Je dirais que nous pouvons identifier le même phénomène en France mais le percevoir plutôt comme un néocolonialisme dont les colonisés seraient à la fois les populations immigrées d’origine africaine travaillant en France à bas coût en privant leur pays d’origine de force productive, mais également les français «de souche» punis de leurs aspirations révolutionnaires (prises des usines Rhodiacéta par des ouvriers voulant abolir l’Etat et l’argent, ou la face cachée de mai 68 en France). Ainsi, deux franges prolétaires voire sous-prolétaires de la population française sont complètement assujetties par une classe dirigeante néo-libérale qui fait du profit sur deux chimères de notre siècle: le racisme et l’antiracisme. Toute manœuvre qui peut refouler nos êtres profondément révolutionnaires, tout ce qui peut dissimuler la lutte des classes comme outil d’analyse critique est, au sein de notre monde pétri de faux-semblants et de mensonges, vivement conseillée !
Concernant l’émergence du panafricanisme comme production de ce système d’exploitation des peuples Noirs par l’Occident, il est vrai que les confusions que ce courant politique traversent (où même les hommes d’Etat africains les plus soumis à l’appareil néocolonial scandent le panafricanisme sans sourciller !) en sont tout aussi issues, et c’est pour cela qu’un panafricaniste conséquent doit être un anti-mondialiste intransigeant qui doit dialoguer et négocier de manière ferme avec les nationalistes européens excédés par l’immigration massive et par le comportement schizophrène instable de ces français allogènes qui, dans leur déracinement profond et leur dépolitisation manifeste, ne connaissent ni l’historique des luttes dans le pays européen qui les accueille ni le terrain africain qu’ils fantasment un peu trop !
Luca Bagatin: Parmi les principaux dirigeants et politiciens panafricanistes de l’Histoire, nous pouvons trouver : Patrice Lumumba (1925 – 1961) Premier Ministre de la République démocratique du Congo; Kwame Nkrumah (1909 – 1972) Premier président du Ghana indépendant ; Thomas Sankara (1949 – 1987), Président du Burkina Faso; Mouammar Kadhafi (1942 – 2011) Leader de la Jamahiriya socialiste libyenne. Tous partisans d’une Afrique indépendante et souveraine, tous partisans du socialisme africain, laïque et démocratique, et pour toutes ces raisons opposées et tués par l’impérialisme américain. Que reste-t-il de leur travail et de leur message aujourd’hui? Pensez-vous que c’est à partir de leur enseignement qu’une Afrique enfin libre et émancipée peut naître ? Aujourd’hui, qu’est-il encore possible de faire ?
Dany Colin: Si nous essayons de penser du point de vue de l’ennemi, nous dirions que le tort de toutes ces grandes figures historiques des luttes d’émancipation africaines, dont les effigies sont nombreuses à travers les t-shirts, le merchandising et les posts Facebook (donc dans le milieu du fétichisme marchand et du spectacle intégral) de la jeunesse africaine et afro-descendante, ont été pour la plupart d’avoir entretenu des liens avec l’URSS, donc avec une hégémonie communiste qui prenait de l’ampleur au sein des pays du Tiers-Monde, Afrique comprise, même si dans leur vision intérieure ces leaders composaient davantage avec une forme de nationalisme (Patrice Lumumba et Thomas Sankara par exemple), ou dirais-je plutôt (et cela hérissera à coup sûr le poil de la catégorie des bien-pensants) une forme de national-socialisme. Kwamé Nkrumah et Mouammar Kadhafi étaient plus spécifiquement panafricanistes, et chacun d’une manière différente. Nkrumah, formé aux Etats-Unis, a hérité d’une substance fédéraliste qu’il a mêlé à une volonté unificatrice de l’Afrique par le biais d’un socialisme voulant abolir les frontières africaines créées par les colons européens lors de la Conférence de Berlin (1884-1885) en créant une monnaie africaine, une armée africaine, un gouvernement africain. Un parti-pris ayant créé des débats avec le tanzanien Julius Nyerere qui, dans son idée du panafricanisme, préférait le fédéralisme à partir des frontières déjà existantes par souci de pragmatisme. Ces détails sont exposés de manière claire et chronologique dans l’ouvrage Africa Unite ! : Une histoire du panafricanisme de l’historien Amzat Boukari-Yabara (qui est par ailleurs Secrétaire Général de la Ligue Panafricaine Umoja). Mouammar Kadhafi a été le seul à avoir réussi le pari de réunifier les contentieux ethno-tribaux, le nationalisme et un certain socialisme (Kadhafi n’ayant pas été spécialement pro-soviétique) à travers la Jamahiriya libyenne et sa méthode qu’il expose dans son indispensable Livre Vert. De plus, en synthétisant panafricanisme et panarabisme, il est parvenu jusqu’à travailler sur un projet de souveraineté monétaire (le Dinar-Or) qui menaçait de supplanter le Dollar US, avant d’être ignoblement exécuté lors du renversement de son régime à cause de certains incidents de parcours commis en fin de règne (entre autres, son rapprochement avec le président français Nicolas Sarkozy né de l’affaire des «infirmières bulgares» et d’un très certain financement de la campagne du candidat français à la présidentielle par le Guide lui-même !). Bien entendu, toutes ces figures nous lèguent un enseignement, un héritage, chacun à leur manière en fonction de leurs paradigmes et de leurs époques. Ceci dit, il faut que le panafricaniste d’aujourd’hui sache distinguer les bienfaits et les erreurs de ces grands leaders qui demeuraient, malgré toute la force surnaturelle qui a pu les guider, des humains. C’est un travail psychique nécessaire que le militant doit s’imposer de façon à sortir de sa trop grande propension à l’idolâtrie passive que quelques pseudos-panafricanistes mal intentionnés savent très bien manipuler pour leurs seuls profits !
Luca Bagatin: Dans votre brochure, vous théorisez une alliance entre les socialistes révolutionnaires, panafricains et néo-eurasistes en Europe et en Afrique. Pouvez-vous mieux expliquer votre perspective ?
Dany Colin: Il y a tout d’abord le constat inévitable que la stratégie actuelle de l’ennemi se base essentiellement sur sa faculté à aligner la totalité de la planète sous l’égide du matérialisme intégral. Et cet alignement se structure par l’inversion totale des valeurs traditionnelles spécifiques à nos peuples et nos civilisations diverses, procédé qui, si l’on se place du côté de l’eschatologie, est proprement satanique. Cet alignement d’ailleurs est comparable à ce que le militant communiste italien Antonio Gramsci nommait à son époque «hégémonie culturelle», c’est-à-dire que nous avons actuellement affaire à un centralisme néofasciste bancaire (se référer également à l’ouvrage d’Ezra Pound, «Le travail et l’usure») qui englobe le monde et l’uniformise de manière à nous réduire non plus à des masses anonymes, mais à des atomes sans racine et sans autre but que notre propre consomption dans la consommation sans fin. A partir de ce premier point, le nationalisme est le seul rempart immédiat (à court terme) pour endiguer cette machine globaliste et totalitaire. Un nationalisme qui doit trouver, du point de vue de la France, un visage réactualisé et recomposé en fonction de ses doctrines politiques différentes et parfois divergentes (l’Action Française royaliste ; le Solidarisme néo-jacobiniste), surtout après cette déferlante mondialiste en phase finale que nous sommes en train de vivre et qui ne devrait pas tenir bien longtemps. L’Europe et l’Afrique, de par leurs relations historiques aujourd’hui quasi familiales, devront négocier des autodéterminations politiques et économiques (que le débat autour du FCFA et de sa sortie doit alimenter au même titre que l’Euro), des échanges culturels de fait (par l’implantation trop ancienne de la francophonie par exemple pour une certaine partie de l’Afrique), et cela ne pourra pas se faire tant que l’Europe ne se sera pas débarrassée de ses scories républicaines laïcistes ultra-libérales et tant que l’Afrique ne se sera pas structurée selon son propre paradigme qui devra (step by step évidemment !) trouver l’équilibre entre son mysticisme originel (la tradition primordiale africaine et son autorité spirituelle devra être au centre de ses recompositions idéologiques) et sa géopolitique spécifique (au centre des carrefours non-alignés Moyen-Orient-Amérique Latine/Caraïbes). Cette transformation continentale africaine s’engagerait de concert avec un nouveau monde multipolaire qui serait dans la sphère eurasiatique dominée par un Orient de la renaissance spirituelle (le Soleil se lève toujours à l’Est) à laquelle l’Europe d’aujourd’hui engloutie par l’Atlantisme et ses succursales saoudo-sionistes devra s’allier pour se prémunir. Il ne s’agit pas, à travers cette nouvelle vision d’influence douguinienne qui peut paraître pour certain(-e)s trop impériale, de créer un nouveau mondialisme face à un ennemi commun. Il s’agit plutôt de redéfinir sur le long terme de nouvelles alliances stratégiques dans le respect des diversités de chacun des peuples (ce que sous-tend la terminologie de «multi»-polarité qui n’est pas «uni»-polarité !).
Luca Bagatin: Vous êtes également cinéaste et érudit du cinéma. En plus d’écrire et de réaliser des court-métrages, dans votre brochure, vous parlez d’un cinéma africain « subversif ». Pouvez-vous m’en dire plus ?
Dany Colin: Je suis en effet essentiellement cinéphile et ma vocation première est celle du cinéma, et plus particulièrement l’écriture et la réalisation. J’ai eu jusqu’à présent un parcours cinématographique oscillant entre la pratique filmique en tant que telle et les théorisations esthétiques qui l’accompagnent, ce qui m’a poussé à faire un doctorat au sein d’un laboratoire de philosophie mais dont l’objet de recherche est “l’objet-film”. Le “cinéma subversif” que je décèle à travers un certain cinéma africain (celui des sénégalais Djibril Diop Mambéty et Sembène Ousmane) renvoie aux liens étroits entre le cinéma et l’idéologie d’une part, mais aussi aux liens entre le cinéma et la spiritualité. Je pars du principe que l’art cinématographique qui apparait lors de la création du cinématographe par les Frères Lumière à la toute fin du XIXème siècle est à la base une invention techno-scientifique. Cette invention concurrence la photographie qui faisait déjà débat chez les artistes dans sa façon d’objectiver le monde qui nous entoure en enlevant la puissance subjectiviste du peintre par exemple. De plus, sa récupération par une certaine bourgeoisie via la prolifération des portraits (au détriment des paysages) symbolisait l’extension narcissique de sa reproduction fustigée entre autres par le poète et critique littéraire français Charles Baudelaire. Le cinéma ajoute à la photographie le mouvement, ce qui a pour effet de fasciner, d’effrayer mais aussi de rendre passif le spectateur qui se voit plongé dans un état d’émerveillement qu’un Sigmund Freud en son temps renvoyait à l’état infantile. Le cinéma étant un art mais aussi une industrie, l’appareillage capitaliste a rapidement récupéré cet art pour en faire un art de masse au service de propagandes politiques, ce qui explique en partie la profusion d’oeuvres à la gloire du communisme pré-stalinien avec les films du russe Sergueï Einsenstein (La Grève (1925)) ou de Dziga Vertov (L’homme à la caméra (1929)), ou bien les films national-socialistes allemands de Léni Riefensthal durant la période hitlérienne. La schizophrénie du statut du cinéma en tant qu’il est à la fois l’expression de la nostalgie de nos harmonies cosmiques (que représente le cinéma d’Andreï Tarkovsky) mais aussi l’instrument d’asservissement consumériste des masses (que représente le cinéma commercial américain le plus tapageur) est stimulante du point de vue de la recherche mais aussi de la création en qualité de cinéaste. Je crois que le cinéma a encore la possibilité de s’affranchir de cette schizophrénie propre à la domination néocapitaliste en fabriquant de nouvelles images sonores qui recueilleront en leur sein des bribes de vérités enfouies que le spectateur devra déchiffrer à l’aide de ses facultés contemplatives voire hypnotiques. Cette digestion du cinéma par le Grand Capital a été comprise par l’écrivain et cinéaste italien Pier Paolo Pasolini qui, à la fin des années soixante, a su identifier le basculement de l’Italie et de l’ensemble du monde européen vers le consumérisme en réalisant des long-métrages qu’il qualifiait volontairement “d’inconsommables” telles que “Théorème” (Teorema) (1968) ou encore “Porcherie” (Porcile) (1969). Le cinéma subversif d’aujourd’hui, qu’il soit africain ou extra-africain, est un cinéma qui ne peut que renverser de l’intérieur un système audiovisuel conformiste, le conformisme étant actuellement l’idéologie dominante mondialiste. De là à s’en affranchir totalement, c’est le sujet d’un travail qui est en cours…
Luca Bagatin

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